/ Enrico Calzolari - Paleoastronomia

Premessa (un po' polemica)


La leva toponomastica.

Questo sito è frutto di una esperienza vissuta principalmente nel territorio della Lunigiana storica, confrontandone i valori etnografici con altri luoghi che presentano altrettanto antiche radici.
La spinta a questa ricerca, che conta venticinque anni di dibattito culturale, vissuto nel volontariato ambientale, è nata dalle domande apparentemente semplici dei bambini della scuola elementare di Lerici, che, portati in gita di istruzione nel territorio, chiedevano con frequenza il perché certi luoghi avessero così strani nomi. Ciò avveniva perché nell’Associazione di Pubblica Assistenza di Lerici era stata fondata una Sezione Ecologica per salvaguardare i valori del territorio, e perché il Comune di Lerici aveva affidato alla nostra associazione la gestione degli Scuolabus. Fra questi, oltre al veicolo allora più diffuso (il Fiat 238) vi era anche una Saviem francese, un robusto veicolo dotato di grande altezza da terra, che consentiva di inoltrarsi con sicurezza nelle strade sterrate del Promontorio del Caprione. Avendo io la patente D per guidare gli autobus, ed estendola al C.a.p. A (certificato di abilitazione professionale per la guida degli autobus di linea) è stato possibile utilizzare il veicolo Saviem nella programmazione di gite scolastiche, svolte durante il periodo eccedente il nastro orario giornaliero degli autisti stipendiati.
Non trovando le maestre una produzione bibliografica che trattasse l’aspetto toponomastico della cultura locale, mi rivolsi alla Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini” della Spezia, pensando di trovare la soluzione del problema.
Con mia grande delusione appresi che vi era qualcosa di scritto riguardante ipotesi toponomastiche di derivazione romana, ma che per il resto, soltanto l’università poteva rispondere a certi quesiti. Anche il contatto con l’università fu deludente, in quanto si riproponeva la stessa linea già udita presso l’accademia spezzina. Ci si atteneva cioè alle etimologie di derivazione latina, per evitare errori di attribuzioni, si sceglieva cioè una linea di demarcazione, oltre la quale non si doveva andare. In marina, per indicare una simile situazione, si usava il detto <mettere il culo a paratia>. Per chi, come me, era stato ufficiale in marina, e non aveva mai mancato di protestare, ciò non poteva essere considerato sufficiente.
Nacque così la necessità di verifiche ed approfondimenti personali, condotti al di fuori della cultura ufficiale. Dopo uno studio forsennato il primo notevole risultato si consolidò nel ritrovamento di toponimi celtici, che, quando furono resi noti, destarono l’incredulità degli esponenti della cultura di regime. Per superare questa antipatica situazione i quattordici toponimi celtici furono inviati a Dublino, attraverso l’addetto culturale di ambasciata. Dopo un breve lasso di tempo arrivò la risposta, e fu affermativa. Da ciò una svolta metodologica, che consentiva di proseguire nella ricerca e di spazzare via alcune posizioni ufficiali, considerate come stantii dogmi culturali.
Una ulteriore svolta epistemologica avvenne in conseguenza dello spegnimento degli incendi boschivi, che purtroppo avvenivano con frequenza nell’estate, sia nel promontorio del Caprione, sia in Val di Magra, sia nelle Cinque Terre. Avendo fondato la squadra anticendi boschivi di Lerici, secondo la normativa del 1975 che attribuiva ai comuni queste competenze, e partecipando allo spegnimento degli incendi, avevo notato che, dopo che il terreno era stato percorso dal fuoco, apparivano strutture orografiche e litiche, dapprima nascoste dalla fitta macchia mediterranea.
Da questa esperienza emergeva una considerazione di notevole portata: i nomi più strani, le radici celtiche, si rinvenivano in luoghi che denotavano la presenza di megalitismo, intendendosi con questo termine la presenza di grandi pietre che sembravano mostrare azione antropica.
Il risultato di questa prima parte della battaglia culturale si poteva riassumere nei seguenti punti:
- la toponomastica di Lunigiana doveva essere studiata anteriormente al periodo della occupazione romana;
- la cultura ufficiale non aveva osato ciò, temendo di cadere in errore, e questo appariva grave, stante la presenza di reperti universalmente riconosciuti, quali le statue-stele, che non potevano non essere ascritte ad un periodo precedente all’occupazione romana;
- esistevano repulsioni striscianti a questi studi, in quanto non si doveva modificare la posizione ufficiale espressa dai maestri storici, ancora viventi e ancora dotati di potere.

La leva ambientalista

L’azione della Sezione Ecologica doveva inoltre affrontare la pressione verticale sul territorio, di alto pregio naturalistico e paesaggistico. Una battaglia legale fu condotta in parallelo con “Italia Nostra”, tramite il suo rappresentante Francesco Ginocchio, geometra lericino, per la difesa dei “cavanei”, le costruzioni rotonde simili ai “tholoi”, alle “capitelles” francesi e alle “caselle” liguri.
Queste costruzioni, inizialmente contate in duecentocinquanta nel promontorio, venivano impunemente distrutte dagli immobiliaristi, per cui bisognava salvarle ergendosi con fermezza ad affermare il loro valore archeologico ed etnografico. Ciò era particolarmente evidente nel Caprione, in quanto:
- i “cavanei” apparivano tutti nel versante meridionale del promontorio (verso il mare) e non nel versante settentrionale (verso il fiume);
- la radice del nome appariva di origine celtica, semanticamente “luogo cavo, vuoto, rotondo”;
- nei paesi del promontorio, soprattutto a Tellaro, Serra di Lerici e Lerici, esisteva il cognome Cabano-Cabani, che aveva mantenuto l’esatta derivazione celtica da “cabhan” = a holow place (Books of Irish Names - by Ronan Coghlan - The Appletree Press, Belfast, 1985).
Poiché le battaglie legali non sortivano alcun effetto, in quanto i periti di ufficio non ritenevano di poter affermare il valore archeologico di dette costruzioni, si doveva iniziare una azione di sensibilizzazione culturale, rifacendosi a quanto gli studiosi stranieri pubblicavano sull’argomento, in quanto mancava il pronunciamento delle autorità archeologiche nazionali e regionali, le quali non intendevano esprimersi sulla valenza di queste costruzioni, che venivano considerate come costruzioni rurali, di contadini, prive quindi di valore alcuno.
Questa sudditanza ai poteri forti sul territorio, agli immobiliaristi, sostenuti a loro volta dai politici e dalla stampa locale, che paventava la perdita di lavoro degli edili, doveva essere attuata mediante la pubblicazione di “quaderni del territorio” che contenessero documenti di cultura alternativa a quella ufficiale.
Nel caso dei “cavanei” sovveniva lo studio pubblicato dal prof. Louis-René Nougier, titolare della prima cattedra di archeologia preistorica istituita in Francia, il quale affermava in proposito:
“Queste capitelles costruite con la tecnica della pseudo-cupola, segnano un decisivo progresso dell’architettura occidentale. Senza dubbio sono fragili: basta che una pietra salti, per una ragione qualsiasi, e l’equilibrio è rotto, col rischio che tutto crolli. Ma il materiale è immediatamente recuperabile e la capitelle può essere facilmente ricostruita. Nelle economie della fine del Neolitico, in cui il tempo e la fatica umana non hanno lo stesso valore che nei tempi moderni, il problema è meno grave. Per questa ragione le fragili costruzioni di questo tipo, sempre facili da ricostruire, perverranno spesso fino ai nostri giorni. La forma e i materiali potranno essere di epoca neolitica, anche se la sistemazione delle pietre risale ad un periodo posteriore.” (pagg. 234-235 “La Preistoria” - edizioni UTET, Torino, 1982).
Resta incomprensibile come un intero sistema di connessioni culturali, sostenuto da professionalità espresse a livelli diversi ed in settori diversi (compiti di ricerca negli istituti universitari e compiti di salvaguardia nelle sovrintendenze) possa arrivare a negare la valenza di certi reperti, presenti in più parti del territorio italiano ed anche in altri paesi (tholoi in Grecia, capitelles in Francia, fusi nelle isole britanniche, talayot nelle Baleari).
Il consentire - a livello di sistema - che si esprimano pareri negativi sul valore di certe costruzioni, che, anche se di difficile datazione, denotano un sicuro, innegabile, valore storico-antropologico, peraltro espresso nel Promontorio del Caprione anche da una precisa etimologia celtica, è foriero di una forma mentis distruttiva del “genius loci”, che coinvolge di conseguenza l’operato delle pubbliche amministrazioni, le quali, ovviamente, rifiutano di andare contro alla cultura ufficiale. Ciò per lo meno sarebbe loro perdonabile fino 1991, quando la cultura ufficiale ha finalmente deciso di virare di bordo, accettando la presenza di due notevoli toponimi celtici nella Val Polcevera, riconosciuti dalla prof.ssa Giulia Petracco Sicardi, proprio in concomitanza alla mostra di Palazzo Grassi, tenutasi a Venezia dal 24 marzo all’8 dicembre 1991.
Questa mostra contribuì a rendere credibili, direttamente e poi indirettamente, nuove posizioni storiche, dapprima considerate insensate:
- mettere in risalto, attraverso la spada celtica trovata nella necropoli del Cafaggio di Ameglia, che era documentata “l’adozione dell’armamento celtico da parte dei Liguri o l’inserimento di Celti nel mondo locale o entrambe le cose”;
- accettare che i Celti avevano attraversato l’Appennino per raggiungere l’Alto Tirreno attraverso la Valle della Magra e la Lunigiana;
- accettare la toponomastica celtica in Liguria;
- accettare influenze celtiche nella costruzione delle statue-stele;
- accettare che i Celti erano interessati a navigare, come accertato dalla scoperta in Aleria (Corsica) di un elmo italico.
L’opposizione si era quasi tutta sgretolata. Diveniva ora lecito parlare di Celti e di Celtismo. Ciò avveniva quando erano trascorsi sei anni dal riconoscimento di toponimi celtici in Lunigiana. Pochi però, se si pensa che dopo dodici anni dal ritrovamento della statua-stele di Lerici, nessun esponente della cultura ufficiale ha finora voluto considerare decaduta l’ipotesi dell’etimologia latina del toponimo Lerici, da ilex = l’albero di leccio, sostenuta nelle università di Pisa e di Genova, e quindi anche nell’Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”.
Eppure l’etimologia celtica del toponimo, da eruk = l’albero di leccio, era stata proposta dal grande linguista Giacomo Devoto.
Ma accettare l’etimologia proposta dal Devoto significa anche doverne accettare la grandezza nella trascrizione delle Tavole Eugubine. E come può un uomo permettersi di trascrivere un documento in cui certi lemmi figurano una sola volta?
Non è ciò anti-scientifico?
Cosa può aver permesso un tale risultato?
Quale mistero sottende ciò?
E poi accettare la celticità di Lerici complica molto le cose, per la presenza di Erice in Sicilia!
Meglio perseverare nella radice ilex, anche perché, semanticamente, porta allo stesso risultato!

L’approccio olistico

La presenza di reperti megalitici in toponimi di etimologia celtica ha aperto la porta al concetto di approccio olistico. La geologia, attraverso le analisi spettrografiche condotte dal prof. Roberto Chiari dell’Università di Parma, ha permesso di rompere l’isolamento culturale su certi reperti, aprendo nel contempo problematiche nuove, di grandi pietre, del peso di tonnellate, movimentate in terreni impervi con forze di cui la scienza e la tecnologia attuale non offrono spiegazione alcuna (si veda la pietra vulcanica inserita nel sito di Lagorara, si veda l’ara di dolomia luminescente nel sito di Campo de Già).
L’osservazione dei siti megalitici condotta con l’approccio olistico ha fatto emergere valenze di paleoastronomia, mentre l’osservazione delle chiese medioevali ha fatto emergere valenze di archeoastronomia cristiana.
La frequentazione dei siti megalitici da parte di studiosi di radioestesia e di geo-biologia ha consentito l’identificazione di tipologie nuove di reperti, mai prima prese in considerazione dagli archeologi. L’attenzione verso queste nuove morfologie ne ha consentito il ritrovamento in altri siti, consentendo così, in termini di probabilità composte, di rafforzare ipotesi di primo livello (teorema di Bayes nel calcolo delle probabilità composte).
Il ritrovamento della “farfalla dorata”, che appare al tramonto del solstizio d’estate nel sito di San Lorenzo del Caprione, oltre che al collegamento con la paleoastronomia, ha consentito il collegamento con lo shamanismo eurasiatico, ed in particolare col tema della cosmogonia legata alla costellazione-generatrice.
Operazioni di survey condotte in Sicilia, Sardegna e Corsica hanno consentito di identificare similitudini ragguardevoli, che, interpretate secondo il teorema di Bayes, consentono di togliere quell’alone di incertezza sempre opposto dalle autorità archeologiche, che sono per principio dogmatico costrette a credere soltanto ai reperti di scavo (reperti che peraltro solo esse possono ottenere con le campagne di scavo, dando vita in tal modo ad un “kreis-lauf” negativo).
Le correlazioni più strabilianti ed impensate sono emerse tra Lunigiana ed India e tra Lunigiana e Massiccio Centrale Francese. Debbo molta gratitudine ai due studiosi che mi hanno permesso tali scoperte, e cioè al giornalista della Radio Televisione della Svizzera Italiana Werner Weick ed al cuneense Piero Barale.

Il discorso sul metodo.

Gli studiosi positivisti non intendono analizzare elementi che si propongono per la prima volta all’osservazione. Ne tengono occultata la scoperta, ne bloccano l’informazione. Il caso più eclatante sembra essere stato Monte d’Accodi, bloccato per decenni. In tal senso si comportano come oscurantisti, perché precludono eventuali ricerche di altri studiosi.
Il principio di studio anti-oscurantista deve essere il seguente:
-osservare tutto, senza escludere nulla;
-riferire tutto ciò che si è osservato al maggior numero di studiosi, senza escludere nulla ad alcuno;
-impostare le prime ipotesi, elaborate secondo le prime osservazioni;
-reimpostare le ipotesi man mano che arrivano nuove informazioni, inerenti lo stesso oggetto.
Nell’impostazione delle prime ipotesi occorre tener conto di tutti i possibili dati contestuali, collegati secondo il principio delle probabilità composte (Teorema di Bayes).

Il principio di autoconservazione oscurantista.

Gli uomini che detengono il potere culturale, contrassegnati oggi dalle ideologie positivista, razionalista, marxiana ecc. hanno il sacro timore di essere considerati anti-scientifici quando vengono a contatto con fenomeni che le teorie razionaliste e positiviste non possono spiegare.
Da ciò l’utilizzo del loro potere per impedirne la divulgazione (principio di auto-conservazione del potere).
Il sistema tende cioè alla autoconservazione, arrocandosi su piedistalli imprendibili.
Internet offre però grandi spazi di divulgazione della conoscenza, e pertanto il potere di autoconservazione oscurantista comincia ad essere intaccato.
Uno dei principi che viene intaccato fortemente da Internet è il “principio di linearità della conoscenza”. Finora la cultura ufficiale ha sempre divulgato che la conoscenza dell’uomo è sempre andata aumentando dalla preistoria ad oggi, per cui gli uomini d’oggi avrebbero in mano il massimo possibile di conoscenza. Ciò non pare vero, e numerosi sono i casi in cui la conoscenza scientifica attualmente disponibile non è capace di risolvere fenomeni riscontrabili in senso scientifico (ripetizione in più luoghi ed in tempi diversi) oppure riscontrabili in senso storico (ipotesi del passato).
Un altro principio che viene intaccato fortemente è il principio che la conoscenza deriva soltanto dai cinque sensi. Sta infatti affermandosi il principio che il corpo umano è capace di comportarsi come una antenna ricevente, in senso globale, e ben oltre le ricezioni dei cinque sensi. Ciò è merito della scoperta dei quanta e della medicina quantistica.


La inaccettabilità del materialismo

Circa l’ 80% dei saggi inerenti l’archeologia concerne aspetti di civiltà materiale. Nulla di contrario a che la civiltà materiale dell’uomo sia portata alla luce. Ciò che non può essere accettato è che solo il 20% degli studi sia riservato alle dinamiche mentali. Essendo l’uomo un animale che, oltre al cervello del rettile, possiede anche il cervello dei mammiferi, ed inoltre possiede la corteccia cerebrale, per equilibrare gli studi delle origini occorre ampliare la ricerca nel campo delle dinamiche mentali, e soprattutto del mistero.

Propositi epistemologici.

Questo sito vuol essere un apporto alla costituzione di una Antropologia che sappia approfondire gli studi oltre l’oscurantismo vigente nella ricerca, sia quando questa viene guidata da uomini che credono solo a ciò che viene percepito dai cinque sensi (fondando così una scienza scorporata dalla coscienza) sia quando questa viene guidata da uomini che credono al “principio della linearità della conoscenza” (come già detto è il principio secondo cui nella storia dell’umanità la conoscenza sarebbe andata sempre in crescendo, seguendo una funzione lineare, per cui noi oggi avremmo raggiunto il massimo delle conoscenze possibili).
La nostra proposta di ricerca intende promuovere una dimensione culturale e scientifica che riconosca, a partire dalle origini dell’uomo, alcune delle strutture antropologiche fondanti le dinamiche mentali profonde, al fine di indagarne le potenzialità naturali.

Propositi socio-economici.

Rilevata l’emorragia di giovani talenti, costretti ad emigrare per trovare lavoro, questo studio intende esporre le valenze culturali di Lunigiana, finora ignorate dalla cultura ufficiale e dalle pubbliche amministrazioni, al fine di creare motivazioni al turismo culturale, visto in chiave europea. Il far emergere i valori del “genius loci” si ispira al principio di sussidiarietà e di libera operosità, al fine di creare nuove professionalità, atte a saper “vendere” in termini di qualità totale la paleoastronomia, l’archeoastronomia e la paleogastronomia, valenze che la terra di Lunigiana possiede, ancorché le strutture di potere, per il principio di autoconservazione, tendano a non promuoverle o addirittura a soffocarle.
La creazione di nuove professionalità deve anche riuscire a far “vendere” le statue-stele non come pezzi da museo, ma come elementi di viva presenza nel territorio, vivificatori del “genius loci”, creatori di dinamiche mentali. Se le copie di statue-stele saranno di nuovo posizionate nel territorio, sarà possibile creare nuovi pacchetti turistici, portatori di profonde emozioni. Un testimonial di eccezione, in questo senso, è stato David Herbert Lawrence. Nel salire da Tellaro verso la sommità del monte, attraversando una delle “master-faults” che attraversano il Caprione, faglia lungo la quale si ritrovano sia il sito megalitico di Scornia (etimologia celtica da skeir = rocce) sia la chiesa di Santa Croce del Corvo (si veda l’episodio di Dante e di Frate Ilario) egli provò profonde emozioni, che descrisse in una lettera da Fiascherino, indirizzata all’amico A.W. McLeod il 14 marzo 1914:
“Today we have been a great picnic high up, looking at the Carrara mountains, and the flat valley of the Magra, and the sea coast sweeping round in a curve that makes my blood run with delight, sweeping round, and it seems up into the vaporous heaven with tiny scattering of villages, like handfuls or shells thrown on the beach, right beyond Viareggio. I could not tell you how I could jump up into the air, it is so lovely. I want at this time to walk away, to walk south, into the Apennines, through the villages one sees perched high up across the valley”.

Enrico Calzolari
semiologo d’ambiente

 


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