La leva toponomastica.
Questo sito è frutto di una esperienza vissuta
principalmente nel territorio della Lunigiana storica, confrontandone
i valori etnografici con altri luoghi che presentano altrettanto antiche
radici.
La spinta a questa ricerca, che conta venticinque anni di dibattito
culturale, vissuto nel volontariato ambientale, è nata dalle
domande apparentemente semplici dei bambini della scuola elementare
di Lerici, che, portati in gita di istruzione nel territorio, chiedevano
con frequenza il perché certi luoghi avessero così strani
nomi. Ciò avveniva perché nell’Associazione di
Pubblica Assistenza di Lerici era stata fondata una Sezione Ecologica
per salvaguardare i valori del territorio, e perché il Comune
di Lerici aveva affidato alla nostra associazione la gestione degli
Scuolabus. Fra questi, oltre al veicolo allora più diffuso
(il Fiat 238) vi era anche una Saviem francese, un robusto veicolo
dotato di grande altezza da terra, che consentiva di inoltrarsi con
sicurezza nelle strade sterrate del Promontorio del Caprione. Avendo
io la patente D per guidare gli autobus, ed estendola al C.a.p. A
(certificato di abilitazione professionale per la guida degli autobus
di linea) è stato possibile utilizzare il veicolo Saviem nella
programmazione di gite scolastiche, svolte durante il periodo eccedente
il nastro orario giornaliero degli autisti stipendiati.
Non trovando le maestre una produzione bibliografica che trattasse
l’aspetto toponomastico della cultura locale, mi rivolsi alla
Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”
della Spezia, pensando di trovare la soluzione del problema.
Con mia grande delusione appresi che vi era qualcosa di scritto riguardante
ipotesi toponomastiche di derivazione romana, ma che per il resto,
soltanto l’università poteva rispondere a certi quesiti.
Anche il contatto con l’università fu deludente, in quanto
si riproponeva la stessa linea già udita presso l’accademia
spezzina. Ci si atteneva cioè alle etimologie di derivazione
latina, per evitare errori di attribuzioni, si sceglieva cioè
una linea di demarcazione, oltre la quale non si doveva andare. In
marina, per indicare una simile situazione, si usava il detto <mettere
il culo a paratia>. Per chi, come me, era stato ufficiale in marina,
e non aveva mai mancato di protestare, ciò non poteva essere
considerato sufficiente.
Nacque così la necessità di verifiche ed approfondimenti
personali, condotti al di fuori della cultura ufficiale. Dopo uno
studio forsennato il primo notevole risultato si consolidò
nel ritrovamento di toponimi celtici, che, quando furono resi noti,
destarono l’incredulità degli esponenti della cultura
di regime. Per superare questa antipatica situazione i quattordici
toponimi celtici furono inviati a Dublino, attraverso l’addetto
culturale di ambasciata. Dopo un breve lasso di tempo arrivò
la risposta, e fu affermativa. Da ciò una svolta metodologica,
che consentiva di proseguire nella ricerca e di spazzare via alcune
posizioni ufficiali, considerate come stantii dogmi culturali.
Una ulteriore svolta epistemologica avvenne in conseguenza dello spegnimento
degli incendi boschivi, che purtroppo avvenivano con frequenza nell’estate,
sia nel promontorio del Caprione, sia in Val di Magra, sia nelle Cinque
Terre. Avendo fondato la squadra anticendi boschivi di Lerici, secondo
la normativa del 1975 che attribuiva ai comuni queste competenze,
e partecipando allo spegnimento degli incendi, avevo notato che, dopo
che il terreno era stato percorso dal fuoco, apparivano strutture
orografiche e litiche, dapprima nascoste dalla fitta macchia mediterranea.
Da questa esperienza emergeva una considerazione di notevole portata:
i nomi più strani, le radici celtiche, si rinvenivano in luoghi
che denotavano la presenza di megalitismo, intendendosi con questo
termine la presenza di grandi pietre che sembravano mostrare azione
antropica.
Il risultato di questa prima parte della battaglia culturale si poteva
riassumere nei seguenti punti:
- la toponomastica di Lunigiana doveva essere studiata anteriormente
al periodo della occupazione romana;
- la cultura ufficiale non aveva osato ciò, temendo di cadere
in errore, e questo appariva grave, stante la presenza di reperti
universalmente riconosciuti, quali le statue-stele, che non potevano
non essere ascritte ad un periodo precedente all’occupazione
romana;
- esistevano repulsioni striscianti a questi studi, in quanto non
si doveva modificare la posizione ufficiale espressa dai maestri storici,
ancora viventi e ancora dotati di potere.
La leva ambientalista
L’azione della Sezione Ecologica doveva inoltre
affrontare la pressione verticale sul territorio, di alto pregio naturalistico
e paesaggistico. Una battaglia legale fu condotta in parallelo con
“Italia Nostra”, tramite il suo rappresentante Francesco
Ginocchio, geometra lericino, per la difesa dei “cavanei”,
le costruzioni rotonde simili ai “tholoi”, alle “capitelles”
francesi e alle “caselle” liguri.
Queste costruzioni, inizialmente contate in duecentocinquanta nel
promontorio, venivano impunemente distrutte dagli immobiliaristi,
per cui bisognava salvarle ergendosi con fermezza ad affermare il
loro valore archeologico ed etnografico. Ciò era particolarmente
evidente nel Caprione, in quanto:
- i “cavanei” apparivano tutti nel versante meridionale
del promontorio (verso il mare) e non nel versante settentrionale
(verso il fiume);
- la radice del nome appariva di origine celtica, semanticamente “luogo
cavo, vuoto, rotondo”;
- nei paesi del promontorio, soprattutto a Tellaro, Serra di Lerici
e Lerici, esisteva il cognome Cabano-Cabani, che aveva mantenuto l’esatta
derivazione celtica da “cabhan” = a holow place (Books
of Irish Names - by Ronan Coghlan - The Appletree Press, Belfast,
1985).
Poiché le battaglie legali non sortivano alcun effetto, in
quanto i periti di ufficio non ritenevano di poter affermare il valore
archeologico di dette costruzioni, si doveva iniziare una azione di
sensibilizzazione culturale, rifacendosi a quanto gli studiosi stranieri
pubblicavano sull’argomento, in quanto mancava il pronunciamento
delle autorità archeologiche nazionali e regionali, le quali
non intendevano esprimersi sulla valenza di queste costruzioni, che
venivano considerate come costruzioni rurali, di contadini, prive
quindi di valore alcuno.
Questa sudditanza ai poteri forti sul territorio, agli immobiliaristi,
sostenuti a loro volta dai politici e dalla stampa locale, che paventava
la perdita di lavoro degli edili, doveva essere attuata mediante la
pubblicazione di “quaderni del territorio” che contenessero
documenti di cultura alternativa a quella ufficiale.
Nel caso dei “cavanei” sovveniva lo studio pubblicato
dal prof. Louis-René Nougier, titolare della prima cattedra
di archeologia preistorica istituita in Francia, il quale affermava
in proposito:
“Queste capitelles costruite con la tecnica della pseudo-cupola,
segnano un decisivo progresso dell’architettura occidentale.
Senza dubbio sono fragili: basta che una pietra salti, per una ragione
qualsiasi, e l’equilibrio è rotto, col rischio che tutto
crolli. Ma il materiale è immediatamente recuperabile e la
capitelle può essere facilmente ricostruita. Nelle economie
della fine del Neolitico, in cui il tempo e la fatica umana non hanno
lo stesso valore che nei tempi moderni, il problema è meno
grave. Per questa ragione le fragili costruzioni di questo tipo, sempre
facili da ricostruire, perverranno spesso fino ai nostri giorni. La
forma e i materiali potranno essere di epoca neolitica, anche se la
sistemazione delle pietre risale ad un periodo posteriore.”
(pagg. 234-235 “La Preistoria” - edizioni UTET, Torino,
1982).
Resta incomprensibile come un intero sistema di connessioni culturali,
sostenuto da professionalità espresse a livelli diversi ed
in settori diversi (compiti di ricerca negli istituti universitari
e compiti di salvaguardia nelle sovrintendenze) possa arrivare a negare
la valenza di certi reperti, presenti in più parti del territorio
italiano ed anche in altri paesi (tholoi in Grecia, capitelles in
Francia, fusi nelle isole britanniche, talayot nelle Baleari).
Il consentire - a livello di sistema - che si esprimano pareri negativi
sul valore di certe costruzioni, che, anche se di difficile datazione,
denotano un sicuro, innegabile, valore storico-antropologico, peraltro
espresso nel Promontorio del Caprione anche da una precisa etimologia
celtica, è foriero di una forma mentis distruttiva del “genius
loci”, che coinvolge di conseguenza l’operato delle pubbliche
amministrazioni, le quali, ovviamente, rifiutano di andare contro
alla cultura ufficiale. Ciò per lo meno sarebbe loro perdonabile
fino 1991, quando la cultura ufficiale ha finalmente deciso di virare
di bordo, accettando la presenza di due notevoli toponimi celtici
nella Val Polcevera, riconosciuti dalla prof.ssa Giulia Petracco Sicardi,
proprio in concomitanza alla mostra di Palazzo Grassi, tenutasi a
Venezia dal 24 marzo all’8 dicembre 1991.
Questa mostra contribuì a rendere credibili, direttamente e
poi indirettamente, nuove posizioni storiche, dapprima considerate
insensate:
- mettere in risalto, attraverso la spada celtica trovata nella necropoli
del Cafaggio di Ameglia, che era documentata “l’adozione
dell’armamento celtico da parte dei Liguri o l’inserimento
di Celti nel mondo locale o entrambe le cose”;
- accettare che i Celti avevano attraversato l’Appennino per
raggiungere l’Alto Tirreno attraverso la Valle della Magra e
la Lunigiana;
- accettare la toponomastica celtica in Liguria;
- accettare influenze celtiche nella costruzione delle statue-stele;
- accettare che i Celti erano interessati a navigare, come accertato
dalla scoperta in Aleria (Corsica) di un elmo italico.
L’opposizione si era quasi tutta sgretolata. Diveniva ora lecito
parlare di Celti e di Celtismo. Ciò avveniva quando erano trascorsi
sei anni dal riconoscimento di toponimi celtici in Lunigiana. Pochi
però, se si pensa che dopo dodici anni dal ritrovamento della
statua-stele di Lerici, nessun esponente della cultura ufficiale ha
finora voluto considerare decaduta l’ipotesi dell’etimologia
latina del toponimo Lerici, da ilex = l’albero di leccio, sostenuta
nelle università di Pisa e di Genova, e quindi anche nell’Accademia
Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”.
Eppure l’etimologia celtica del toponimo, da eruk = l’albero
di leccio, era stata proposta dal grande linguista Giacomo Devoto.
Ma accettare l’etimologia proposta dal Devoto significa anche
doverne accettare la grandezza nella trascrizione delle Tavole Eugubine.
E come può un uomo permettersi di trascrivere un documento
in cui certi lemmi figurano una sola volta?
Non è ciò anti-scientifico?
Cosa può aver permesso un tale risultato?
Quale mistero sottende ciò?
E poi accettare la celticità di Lerici complica molto le cose,
per la presenza di Erice in Sicilia!
Meglio perseverare nella radice ilex, anche perché, semanticamente,
porta allo stesso risultato!
L’approccio olistico
La presenza di reperti megalitici in toponimi di
etimologia celtica ha aperto la porta al concetto di approccio olistico.
La geologia, attraverso le analisi spettrografiche condotte dal prof.
Roberto Chiari dell’Università di Parma, ha permesso
di rompere l’isolamento culturale su certi reperti, aprendo
nel contempo problematiche nuove, di grandi pietre, del peso di tonnellate,
movimentate in terreni impervi con forze di cui la scienza e la tecnologia
attuale non offrono spiegazione alcuna (si veda la pietra vulcanica
inserita nel sito di Lagorara, si veda l’ara di dolomia luminescente
nel sito di Campo de Già).
L’osservazione dei siti megalitici condotta con l’approccio
olistico ha fatto emergere valenze di paleoastronomia, mentre l’osservazione
delle chiese medioevali ha fatto emergere valenze di archeoastronomia
cristiana.
La frequentazione dei siti megalitici da parte di studiosi di radioestesia
e di geo-biologia ha consentito l’identificazione di tipologie
nuove di reperti, mai prima prese in considerazione dagli archeologi.
L’attenzione verso queste nuove morfologie ne ha consentito
il ritrovamento in altri siti, consentendo così, in termini
di probabilità composte, di rafforzare ipotesi di primo livello
(teorema di Bayes nel calcolo delle probabilità composte).
Il ritrovamento della “farfalla dorata”, che appare al
tramonto del solstizio d’estate nel sito di San Lorenzo del
Caprione, oltre che al collegamento con la paleoastronomia, ha consentito
il collegamento con lo shamanismo eurasiatico, ed in particolare col
tema della cosmogonia legata alla costellazione-generatrice.
Operazioni di survey condotte in Sicilia, Sardegna e Corsica hanno
consentito di identificare similitudini ragguardevoli, che, interpretate
secondo il teorema di Bayes, consentono di togliere quell’alone
di incertezza sempre opposto dalle autorità archeologiche,
che sono per principio dogmatico costrette a credere soltanto ai reperti
di scavo (reperti che peraltro solo esse possono ottenere con le campagne
di scavo, dando vita in tal modo ad un “kreis-lauf” negativo).
Le correlazioni più strabilianti ed impensate sono emerse tra
Lunigiana ed India e tra Lunigiana e Massiccio Centrale Francese.
Debbo molta gratitudine ai due studiosi che mi hanno permesso tali
scoperte, e cioè al giornalista della Radio Televisione della
Svizzera Italiana Werner Weick ed al cuneense Piero Barale.
Il discorso sul metodo.
Gli studiosi positivisti non intendono analizzare
elementi che si propongono per la prima volta all’osservazione.
Ne tengono occultata la scoperta, ne bloccano l’informazione.
Il caso più eclatante sembra essere stato Monte d’Accodi,
bloccato per decenni. In tal senso si comportano come oscurantisti,
perché precludono eventuali ricerche di altri studiosi.
Il principio di studio anti-oscurantista deve essere il seguente:
-osservare tutto, senza escludere nulla;
-riferire tutto ciò che si è osservato al maggior numero
di studiosi, senza escludere nulla ad alcuno;
-impostare le prime ipotesi, elaborate secondo le prime osservazioni;
-reimpostare le ipotesi man mano che arrivano nuove informazioni,
inerenti lo stesso oggetto.
Nell’impostazione delle prime ipotesi occorre tener conto di
tutti i possibili dati contestuali, collegati secondo il principio
delle probabilità composte (Teorema di Bayes).
Il principio di autoconservazione oscurantista.
Gli uomini che detengono il potere culturale, contrassegnati
oggi dalle ideologie positivista, razionalista, marxiana ecc. hanno
il sacro timore di essere considerati anti-scientifici quando vengono
a contatto con fenomeni che le teorie razionaliste e positiviste non
possono spiegare.
Da ciò l’utilizzo del loro potere per impedirne la divulgazione
(principio di auto-conservazione del potere).
Il sistema tende cioè alla autoconservazione, arrocandosi su
piedistalli imprendibili.
Internet offre però grandi spazi di divulgazione della conoscenza,
e pertanto il potere di autoconservazione oscurantista comincia ad
essere intaccato.
Uno dei principi che viene intaccato fortemente da Internet è
il “principio di linearità della conoscenza”. Finora
la cultura ufficiale ha sempre divulgato che la conoscenza dell’uomo
è sempre andata aumentando dalla preistoria ad oggi, per cui
gli uomini d’oggi avrebbero in mano il massimo possibile di
conoscenza. Ciò non pare vero, e numerosi sono i casi in cui
la conoscenza scientifica attualmente disponibile non è capace
di risolvere fenomeni riscontrabili in senso scientifico (ripetizione
in più luoghi ed in tempi diversi) oppure riscontrabili in
senso storico (ipotesi del passato).
Un altro principio che viene intaccato fortemente è il principio
che la conoscenza deriva soltanto dai cinque sensi. Sta infatti affermandosi
il principio che il corpo umano è capace di comportarsi come
una antenna ricevente, in senso globale, e ben oltre le ricezioni
dei cinque sensi. Ciò è merito della scoperta dei quanta
e della medicina quantistica.
La inaccettabilità del materialismo
Circa l’ 80% dei saggi inerenti l’archeologia
concerne aspetti di civiltà materiale. Nulla di contrario a
che la civiltà materiale dell’uomo sia portata alla luce.
Ciò che non può essere accettato è che solo il
20% degli studi sia riservato alle dinamiche mentali. Essendo l’uomo
un animale che, oltre al cervello del rettile, possiede anche il cervello
dei mammiferi, ed inoltre possiede la corteccia cerebrale, per equilibrare
gli studi delle origini occorre ampliare la ricerca nel campo delle
dinamiche mentali, e soprattutto del mistero.
Propositi epistemologici.
Questo sito vuol essere un apporto alla costituzione
di una Antropologia che sappia approfondire gli studi oltre l’oscurantismo
vigente nella ricerca, sia quando questa viene guidata da uomini che
credono solo a ciò che viene percepito dai cinque sensi (fondando
così una scienza scorporata dalla coscienza) sia quando questa
viene guidata da uomini che credono al “principio della linearità
della conoscenza” (come già detto è il principio
secondo cui nella storia dell’umanità la conoscenza sarebbe
andata sempre in crescendo, seguendo una funzione lineare, per cui
noi oggi avremmo raggiunto il massimo delle conoscenze possibili).
La nostra proposta di ricerca intende promuovere una dimensione culturale
e scientifica che riconosca, a partire dalle origini dell’uomo,
alcune delle strutture antropologiche fondanti le dinamiche mentali
profonde, al fine di indagarne le potenzialità naturali.
Propositi socio-economici.
Rilevata l’emorragia di giovani talenti, costretti
ad emigrare per trovare lavoro, questo studio intende esporre le valenze
culturali di Lunigiana, finora ignorate dalla cultura ufficiale e
dalle pubbliche amministrazioni, al fine di creare motivazioni al
turismo culturale, visto in chiave europea. Il far emergere i valori
del “genius loci” si ispira al principio di sussidiarietà
e di libera operosità, al fine di creare nuove professionalità,
atte a saper “vendere” in termini di qualità totale
la paleoastronomia, l’archeoastronomia e la paleogastronomia,
valenze che la terra di Lunigiana possiede, ancorché le strutture
di potere, per il principio di autoconservazione, tendano a non promuoverle
o addirittura a soffocarle.
La creazione di nuove professionalità deve anche riuscire a
far “vendere” le statue-stele non come pezzi da museo,
ma come elementi di viva presenza nel territorio, vivificatori del
“genius loci”, creatori di dinamiche mentali. Se le copie
di statue-stele saranno di nuovo posizionate nel territorio, sarà
possibile creare nuovi pacchetti turistici, portatori di profonde
emozioni. Un testimonial di eccezione, in questo senso, è stato
David Herbert Lawrence. Nel salire da Tellaro verso la sommità
del monte, attraversando una delle “master-faults” che
attraversano il Caprione, faglia lungo la quale si ritrovano sia il
sito megalitico di Scornia (etimologia celtica da skeir = rocce) sia
la chiesa di Santa Croce del Corvo (si veda l’episodio di Dante
e di Frate Ilario) egli provò profonde emozioni, che descrisse
in una lettera da Fiascherino, indirizzata all’amico A.W. McLeod
il 14 marzo 1914:
“Today we have been a great picnic high up, looking at the Carrara
mountains, and the flat valley of the Magra, and the sea coast sweeping
round in a curve that makes my blood run with delight, sweeping round,
and it seems up into the vaporous heaven with tiny scattering of villages,
like handfuls or shells thrown on the beach, right beyond Viareggio.
I could not tell you how I could jump up into the air, it is so lovely.
I want at this time to walk away, to walk south, into the Apennines,
through the villages one sees perched high up across the valley”.
Enrico Calzolari
semiologo d’ambiente